L’Alto Adige dopo il 1918

di nodopiano
L'Alto Adige dopo il 1918

Nel novembre del 1918 finì il lungo conflitto. I trattati di pace che conclusero la guerra (firmati l’anno seguente) cambiarono radicalmente l’assetto territoriale dell’Europa e decretarono la fine del “vecchio mondo”. La fine della guerra rappresenta una cesura importante anche per la storia della nostra regione. Il Trattato di pace di St. Germain (presso Parigi) stabilì tra l’altro il passaggio del Tirolo meridionale (fino al Brennero) dall’Austria all’Italia. Ciò era stato promesso anni prima all’Italia da parte degli alleati nel Patto segreto di Londra. Insieme al Trentino, l’Alto Adige formò così la «Venezia Tridentina», una delle «nuove province» italiane, nelle quali abitavano minoranze nazionali (tedeschi, slavi).

Sudtirolo sotto il fascismo

Nei primi anni furono discussi progetti di autonomia per i nuovi territori. Essi erano però assai difficili da conciliare con l’idea unitaria e centralistica dello Stato che dominava allora in Italia. Furono rispettati alcuni diritti delle minoranze; ad esempio furono mantenute le scuole in lingua tedesca e slovena. Ma la situazione cambiò radicalmente col 1922.

L’avvento al potere di Mussolini e del fascismo non solo annullò ogni speranza di autonomia, ma diede il via ad una politica di rapida e forzata italianizzazione, che aveva come obiettivo la cancellazione delle minoranze linguistiche e culturali. In Alto Adige un ruolo importante in questo senso fu svolto da Ettore Tolomei, uno studioso nazionalista roveretano che già dai primi anni del secolo aveva cominciato a diffondere il concetto dell’italianità/latinità del territorio tra Salorno e il Brennero. Egli era stato l’artefice della diffusione in Italia della stessa indicazione geografica di «Alto Adige» (aveva ripreso il termine dal periodo napoleonico).

Secondo i suoi programmi, che in parte furono seguiti dal regime fascista, l’Alto Adige avrebbe dovuto essere immerso in un «lavacro di italianità»: dalla lingua alla veste architettonica, fino agli stessi costumi di vita.

Fu introdotta la toponomastica italiana e abolita quella tedesca. Fu proibito l’uso del temine «Tirolo» e dei suoi derivati («Südtirol»). L’italiano divenne l’unica lingua ammessa nell’amministrazione e nella scuola (Legge Gentile, 1923). Un decreto prevedeva persino la «restituzione alla forma italiana» di cognomi considerati «intedescati». Era un invito a italianizzare i nomi di famiglia, che per fortuna ebbe poco seguito.
Soprattutto le giovani generazioni sudtirolesi si trovarono così in una situazione di lacerazione interiore: dover accettare una vita pubblica ed esteriore italiana, avvertita come estranea, e allo stesso tempo custodire gelosamente la propria identità culturale nella sfera privata, familiare.

Nacquero dei corsi clandestini per insegnare ai bambini almeno i rudimenti della lingua tedesca. Furono chiamati «scuole delle catacombe» («Katakombenschulen») dall’appello lanciato dal canonico Michael Gamper nel 1923: «Dobbiamo imitare i primi cristiani quando furono perseguitati: si rifugiarono nelle catacombe». Ovviamente le autorità italiane cercarono in ogni modo di scoprire e scardinare la rete di queste scuole.

Nel frattempo cresceva l’immigrazione italiana, soprattutto da quando, nel 1927, era stata istituita la Provincia di Bolzano, che veniva così staccata da Trento (alla quale rimaneva la Bassa Atesina). Lo scopo era di dare centralità al capoluogo, con l’apertura di nuovi uffici e l’avvio di grandi opere pubbliche. Nella seconda metà degli anni Trenta iniziò la costruzione della grande zona industriale di Bolzano. Arrivarono migliaia di famiglie di operai, impiegati, tecnici. Per accoglierle si costruirono nuovi quartieri, tra cui quello caratterizzato dalle «case semirurali».

Le opzioni

L’avvento al potere di Hitler e del regime nazista in Germania (1933) sollevò entusiasmo e grandi speranze anche in alcuni circoli sudtirolesi, soprattutto giovanili. Nello stesso anno fu fondato il VKS (Völkischer Kampfring Südtirols) un movimento di ispirazione nazionalsocialista. Tuttavia Hitler non era interessato a rivendicare il Südtirol, bensì a coltivare l’amicizia e l’alleanza con Mussolini. Quest’ultima gli permise, infatti, l’annessione (Anschluss) della Repubblica austriaca al cosiddetto «Terzo Reich» (1938).

Il Brennero era diventato così la frontiera tra le due nazioni, entrambe soggette a dittature totalitarie e tra loro sempre più strettamente alleate («Patto d’acciaio», maggio 1939). Per risolvere il problema dei sudtirolesi si giunse così ad un accordo, chiamato comunemente «opzione». Entro il dicembre 1939 ciascun tedesco o ladino residente in Alto Adige, Trentino e Bellunese doveva «optare», cioè scegliere, se mantenere la cittadinanza italiana  o acquistare quella germanica e trasferirsi nel Reich. L’autunno del 1939 fu un periodo di grande lacerazione nella comunità sudtirolese, che si divise tra una maggioranza di «Geher» (coloro che partivano) e una minoranza di «Dableiber» (coloro che restavano). La massiccia propaganda nazista presso la popolazione fece in modo di stravolgere il senso dell’opzione in una specie di plebiscito sulla propria identità etnica: «tedesco» oppure «italiano». Il risultato fu che più dell’80% dei sudtirolesi optò per la Germania. Il trasferimento fu però rallentato dall’escalation della guerra che era scoppiata nel frattempo. Nel 1943 ben due terzi degli optanti (circa 140 mila) si trovavano ancora in provincia.

Nel settembre 1943, al momento dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati, quasi l’intera penisola fu occupata dalle truppe germaniche. La provincia di Bolzano, insieme a quella di Trento e di Belluno, furono riunite in una «Zona di Operazioni nelle Prealpi», sotto l’autorità del governatore nazista (Gauleiter) di Innsbruck. Di fatto si trattava di un’annessione «mimetizzata» al Reich. Anche se non fu territorio di combattimenti, l’Alto Adige visse tra il settembre 1943 e il maggio 1945 (fine della guerra) alcune delle pagine più tristi della sua storia: il terrore dell’occupazione nazista, le persecuzioni di ebrei, partigiani, «Dableiber», la presenza di un campo di concentramento a Bolzano e i pesanti bombardamenti.

L’Accordo di Parigi

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il problema dell’Alto Adige fu discusso dagli Stati alleati vincitori (USA, URSS, Inghilterra e Francia). Sia l’Italia che l’Austria erano dalla parte degli sconfitti e si apprestavano a pagarne pesanti conseguenze. Prevalse una linea di compromesso. Il confine del Brennero rimase intatto, ma l’Italia si impegnò a tutelare la minoranza tedesca e a concederle un’autonomia. Il 5 settembre 1946 a Parigi venne così firmato tra i ministri degli esteri Karl Gruber e Alcide De Gasperi un accordo (Accordo di Parigi), che rappresenta il fondamento dell’autonomia altoatesina. Per la prima volta vennero infatti definite delle garanzie per tutelare la minoranza di lingua tedesca in Alto Adige (i ladini furono per il momento dimenticati). L’accordo è così importante che è utile riprodurlo per intero.

Art. 1 – Gli abitanti di lingua tedesca della provincia di Bolzano e quelli dei vicini comuni bilingui della provincia di Trento godranno di completa uguaglianza di diritti rispetto agli abitanti di lingua italiana, nel quadro delle disposizioni speciali destinate a salvaguardare il carattere etnico e lo sviluppo culturale ed economico del gruppo di lingua tedesca.
In conformità dei provvedimenti legislativi già emanati od emanandi, ai cittadini di lingua tedesca sarà specialmente concesso:
a) l’insegnamento primario e secondario nella loro lingua materna
b) l’uso, su di una base di parità, della lingua tedesca e della lingua italiana nelle pubbliche amministrazioni, nei documenti ufficiali, come pure nella nomenclatura topografica bilingue
c) il diritto di ristabilire i nomi di famiglia tedeschi che siano stati italianizzati nel corso degli ultimi anni
d) l’eguaglianza di diritti per l’ammissione a pubblici uffici, allo scopo di attuare una più soddisfacente distribuzione degli impieghi tra i due gruppi etnici.

Art. 2 – Alle popolazioni delle zone sopraddette sarà concesso l’esercizio di un potere legislativo ed esecutivo autonomo, nell’ambito delle zone stesse. Il quadro, nel quale detta autonomia sarà applicata, sarà determinato consultando anche elementi locali rappresentanti la popolazione di lingua tedesca.

Art. 3 – Il Governo italiano, allo scopo di stabilire relazioni di buon vicinato tra l’Austria e l’Italia, s’impegna dopo essersi consultato con il Governo austriaco, ed entro un anno dalla firma del presente Trattato:
a) a rivedere, in uno spirito di equità di comprensione, il regime delle opzioni di cittadinanza, quale risulta dagli accordi Hitler-Mussolini del 1939
b) a concludere un accordo per il reciproco riconoscimento della validità di alcuni titoli di studio e diplomi universitari
c) ad approntare una convenzione per il libero transito dei passeggeri e delle merci tra il Tirolo settentrionale e il Tirolo orientale, sia per ferrovia che, nella misura più larga possibile, per strada
d) a concludere accordi speciali tendenti a facilitare un più esteso traffico di frontiera e scambi locali di determinati quantitativi di prodotti e di merci tipiche tra l’Austria e l’Italia.

Fu così data la possibilità ai sudtirolesi e ladini di “rioptare” (cioè di modificare l’opzione fatta nel 1939) e, per quelli che si erano trasferiti, di ritornare. Furono riorganizzate le scuole tedesche. Tuttavia l’autonomia promessa – che si tradusse nello Statuto di Autonomia del 1948 (il cosiddetto “primo statuto”) – non soddisfece le aspettative sudtirolesi. Infatti le competenze (cioè i poteri) dell’autonomia erano concesse alla Regione Trentino-Alto Adige, in cui la maggioranza era italiana. Da parte tedesca si lamentava inoltre la continua immigrazione di italiani in provincia e nel 1953 sulla stampa si cominciò a parlare di «marcia della morte» (Todesmarsch) a cui sarebbe stato destinato in poco tempo il gruppo sudtirolese.  

Los von Trient!

La Südtiroler Volkspartei (SVP), il partito di raccolta sudtirolese nato alla fine della guerra, collaborò per diversi anni all’interno del governo regionale con l’altra grande forza politica, la Democrazia Cristiana dominante in Trentino. La SVP chiese però ripetutamente che le competenze fossero esercitate separatamente dalle due province, di Bolzano e di Trento. Contro quest’interpretazione dello Statuto (art. 14) si pronunciò la Corte Costituzionale nel 1957.

Ritornata alla sua piena sovranità (1955), la Repubblica austriaca aveva intanto inviato note di protesta all’Italia sulla mancata attuazione dell’accordo di Parigi. Nell’autunno del 1957 si diffuse la notizia dello stanziamento di fondi statali per la costruzione di migliaia di appartamenti popolari a Bolzano. Ciò fu interpretato come la conferma della volontà del governo italiano di «sommergere» numericamente il gruppo tedesco con l’arrivo incontrollato di nuovi italiani. Fu l’occasione per la grande manifestazione di Castel Firmiano, organizzata dalla SVP il 17 novembre 1957. Guidata dal nuovo leader Silvius Magnago al motto «Los von Trient» ( «Via da Trento»), l’adunata diede inizio ad una nuova fase di lotta. Obiettivo dichiarato fu la conquista di nuova autonomia per la provincia di Bolzano, separata da Trento. Seguirono trattative tra Italia e Austria, che però inizialmente non diedero alcun risultato. La questione altoatesina fu quindi presentata dall’Austria alla discussione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (nel 1960 e 1961). Le risoluzioni dell’ONU invitarono i due Stati a riprendere le trattative, aggiungendo che, nel caso queste fossero fallite, si sarebbe potuto far ricorso alla Corte internazionale dell’Aja.

Nel frattempo era cominciata l’attività di gruppi sudtirolesi ed austriaci che vedevano negli attentati un mezzo per destare l’attenzione politica e dell’opinione pubblica intorno alla questione sudtirolese. Si moltiplicarono gli attentati esplosivi, soprattutto a tralicci elettrici e ferroviari, monumenti, luoghi simbolici, cantieri di case popolari. L’azione più clamorosa fu condotta nella notte fra l’11 e il 12 giugno 1961 (“notte dei fuochi”), in cui furono danneggiate decine di tralicci dell’alta tensione in vari punti della provincia. Lo stato italiano reagì con una “militarizzazione” del territorio. Passate nelle mani di circoli dell’estrema destra austriaca e germanica, le azioni terroristiche, che fino ad allora avevano cercato di risparmiare vite umane, si fecero sempre più cruente e provocarono diverse vittime, soprattutto tra militari e forze dell’ordine.

Le esplosioni ed il Pacchetto

La cosiddetta “stagione delle bombe” riuscì a ritardare ma non ad impedire il cammino delle trattative politiche. Dal 1961 al 1964 lavorò una commissione istituita dal governo italiano (la «commissione dei 19»); essa produsse una relazione che conteneva proposte, accolte poi nel «Pacchetto di provvedimenti per l’Alto Adige». Quest’ultimo fu offerto dall’Italia all’approvazione dell’Austria e, soprattutto, della SVP. Ormai l’Austria, desiderosa di entrare nella Comunità europea, premeva perché la controversia con l’Italia fosse risolta. La proposta italiana “allargava” e ampliava le concessioni del primo Statuto e soprattutto trasferiva alle distinte province di Bolzano e Trento le competenze più importanti della Regione.

Nel 1964 anche la Chiesa sembrò dare un segnale alla politica. Sino ad allora buona parte della provincia di Bolzano era compresa nella diocesi di Trento (i «decanati tedeschi»). In quell’anno furono ridefiniti i confini delle diocesi di Trento e di Bolzano-Bressanone, in modo da farli coincidere con quelli amministrativi delle due Province.

In un sofferto congresso straordinario, il 22 novembre 1969, la SVP accettò il Pacchetto con stretta maggioranza. Approvato dal Parlamento italiano, il secondo Statuto di Autonomia entrò in vigore nel 1972. Rimaneva ancora il difficile compito di elaborare e approvare le tante norme di attuazione che dovevano tradurre in leggi i principi dello Statuto. Per questo vennero istituite apposite commissioni: quella «dei dodici» per le questioni regionali e quella «dei sei» per le questioni della sola provincia di Bolzano. Questa fase, che si sarebbe dovuta concludere in pochi anni, durò invece un ventennio.

Soltanto nel 1992, infatti, il Pacchetto poté considerarsi “chiuso” con l’emanazione delle ultime norme di attuazione. L’Austria e l’Italia presentarono così al segretario dell’ONU la dichiarazione di chiusura della controversia sull’Alto Adige aperta nel lontano 1960. Oggi l’autonomia di questa provincia è considerata in tutto il mondo un modello di soluzione per territori che presentino conflitti etnici. 

Autonomia modello

Il principio che ispirava il secondo Statuto d’Autonomia era il passaggio a una «tutela attiva» della minoranza di lingua tedesca (e ora anche di quella ladina). In altre parole, lo Stato adottava delle misure specifiche – alcune delle quali si presentavano anche come “eccezioni” rispetto a principi della Costituzione – per promuovere lo sviluppo della minoranza in ogni campo: culturale, economico e sociale. La lingua tedesca fu parificata a quella italiana in tutti gli ambiti del rapporto tra i cittadini e lo Stato (anche nei tribunali). Nel 1976 furono emanate le norme di attuazione sulla cosiddetta «proporzionale etnica» e sul requisito del bilinguismo per l’accesso agli impieghi pubblici in provincia.
Nel 1981 si svolse il primo censimento con l’obbligo di dichiarazione nominativa di appartenenza ad uno dei tre gruppi linguistici (italiano, tedesco o ladino). In seguito sono state introdotte alcune modifiche per rendere meno “rigida” tale dichiarazione:

  • la possibilità di dichiararsi di «altro gruppo linguistico» e di «aggregarsi» ad uno dei tre gruppi ai fini dei tanti effetti giuridici connessi alla dichiarazione
  • l’anonimità delle future dichiarazioni
  • la riservatezza dei dati

In tutti questi anni l’autonomia altoatesina si è accresciuta di ulteriori competenze, in ambito economico, sociale e culturale. Nell’ottobre del 1997 è stata fondata la Libera Università di Bolzano con sede a Bolzano e Bressanone.

Anche grazie agli sviluppi dell’integrazione europea, la provincia di Bolzano collabora con le regioni limitrofe per la soluzione di problemi comuni ai territori alpini. Dal 1972 fa parte dell’Arge-Alp (Comunità di Lavoro delle Regioni Alpine). Dal 1994 inizia a svilupparsi il progetto della cosiddetta «Euregione Tirolo», che raggruppa il Tirolo austriaco, l’Alto Adige-Südtirol e il Trentino.

Nel 2001, nell’ambito della riforma di una parte della Costituzione italiana (il «Titolo V») sono state apportate anche alcune modifiche allo Statuto di Autonomia. È stata sancita la priorità delle Province di Bolzano e Trento rispetto alla Regione: prima era la Regione che «comprendeva» le due Province; adesso sono le Province che «compongono» la Regione.

I consiglieri non vengono più eletti come consiglieri del Consiglio regionale, ma in qualità di consiglieri provinciali, sulla base di leggi elettorali definite dalla provincia stessa. Tale disposizione è stata attuata già nel 2003, in occasione delle ultime elezioni del Consiglio provinciale. Altre modifiche hanno avuto lo scopo di garantire la rappresentanza politica del gruppo ladino.

La provincia di Bolzano trattiene circa i 9/10 delle entrate tributarie (le tasse) che lo Stato riscuote sul suo territorio e può disporne liberamente, secondo i programmi da lei stessa determinati (autonomia finanziaria). L’uso delle risorse garantite dell’autonomia hanno prodotto da decenni ottimi risultati economici, che collocano la provincia nelle posizioni “alte” della classifica europea, per reddito pro-capite, occupazione, qualità della vita, dei servizi pubblici, etc. Questi benefici si sono estesi a tutti e tre i gruppi linguistici della provincia. L’economia di questa terra riesce anche ad accogliere sempre più numerosi lavoratori provenienti dall’estero, sia dall’Europa che da altri continenti (Africa, Asia).

Capita spesso che osservatori internazionali parlino dell’autonomia altoatesina come di un modello di soluzione per quelle situazioni in cui ci siano minoranze nazionali e conflitti tra gruppi etnici e linguistici. I modelli non sono facilmente “esportabili”, ma certamente la storia dell’Alto Adige-Südtirol può rappresentare un esempio riuscito di come la via del dialogo (e del compromesso) porti maggiori frutti di quella della contrapposizione e della chiusura.